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December 29, 2017

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La Confindustria rivede al rialzo le previsioni sulla crescita del Pil italiano

La svolta nello scenario globale, prefigurata sei mesi fa, è stata confermata dai dati. Nell’insieme, per la prima volta dal 2011, le previsioni sulla crescita globale vengono modificate al rialzo, ma non mancano importanti novità, che rammentano anche condizioni di fragilità e rischi.

 


Il Centro Studi Confindustria (CSC) porta al 3,9%, dal 2,4%, la stima di aumento nel 2017 del commercio mondiale e al 3,3%, dal 2,7%, quella nel 2018. Una revisione maggiore di quella del PIL globale, che è valutato salire del 2,9% quest’anno e del 3,0% il prossimo (da 2,7% e 2,9%, rispettivamente).
L’Italia segue a ruota. La nuova previsione del CSC per il PIL italiano è +1,3% nel 2017 (da +0,8% precedente) e +1,1% nel 2018 (da +1,0%).
Il differenziale di crescita con il resto dei paesi dell’euro si dimezza: da 1,4 punti percentuali nel 2015 a 0,7 nel 2017-18. Rimane, comunque, non piccolo e allarga il divario che si è cumulato nei livelli di PIL totale e pro-capite (per entrambi quasi 18 punti percentuali dal 2000).
L’accelerazione dell’economia italiana si deve a export e investimenti. I consumi delle famiglie aumentano a passo limitato, benché in linea con quello dell’intera economia.
Vanno, inoltre, rimarcati i risultati occupazionali, che sono straordinari in sé e in relazione all’andamento dell’economia: +730mila occupati rispetto al punto di minimo toccato nella seconda metà del 2013, +3,3% (+2,6% il PIL).
Non bisogna, però, dimenticare né i 7,7 milioni di persone cui manca il lavoro, in tutto o in parte, né l’alta disoccupazione di lunga durata (ossia da almeno dodici mesi, quasi il 60% del totale) né l’elevata disoccupazione giovanile, che sta alimentando una forte emigrazione dall’Italia all’estero e dal Sud al Nord.
Nella parte speciale dedicata all’Europa il CSC ha, anzitutto, messo a fuoco la dimensione dell’UE, rispetto alle altre potenze mondiali (USA, Cina, India, Russia). Dal confronto emergono la grandezza dell’economia, che ha nel mercato unico il pilastro portante, ma anche lo stallo della riduzione del gap con gli Stati Uniti e la divergenza tra paesi.
In secondo luogo, è evidenziata l’accresciuta disaffezione verso il progetto europeo e le sue cause. Sono poi spiegati i benefici ottenuti dall’Unione e quelli che si potrebbero ottenere dal completamento del progetto di integrazione come già avviato (unione bancaria e dei capitali, completamento del mercato unico, infrastrutture, energia). Ancora, viene raccontata la reazione europea di fronte alle molteplici crisi (economica, migratoria, terroristica), che ha evidenziato le pecche dell’architettura istituzionale.
Da questa analisi scaturiscono le proposte, illustrate anche in termini di efficienza e di efficacia. Più Europa è meglio nel controllo delle frontiere, nella politica migratoria, nella difesa, nella politica estera e nella diplomazia, nella cooperazione allo sviluppo, nella sicurezza, nella creazione di una politica di bilancio comune per l’Eurozona, nella ricerca e nella politica industriale, nel sostegno agli investimenti.
Infine, per riavvicinare i cittadini alle istituzioni occorre colmare il vuoto di democrazia, reale o percepito. Partendo dall’elezione diretta del Presidente della Commissione europea, che dovrebbe essere anche il Presidente del Consiglio europeo.

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